Tre fiducie che fanno diminuire ancor più la fiducia nella politica

7 AGO 20
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L'articolo 10 che ha passato l'esame della fiducia stabilisce che il Governo è delegato ad adottare, entro un anno, un decreto legislativo per disciplinare l'incandidabilità di chi ha una condanna definitiva. Entro un anno? Perché no, tassativamente, entro sei mesi? Hanno impedimenti motori? E poi, l’aggettivo femminile singolare “definitiva”, rende candidabili, legalmente, anche i condannati in primo e secondo grado. Lasciamo perdere gli indagati, sarebbe troppo concedere agli umori dei pm d’assalto. Però quella formulazione vanifica, considerati i nostri tempi giudiziari, ogni eventuale e virtuoso intendimento legislativo. Ad kalendas. Ora, pur con tutta la buona volontà possibile da parte sua, come potrebbe la Merkel, ritenere credibile e influente in sede europea un governo che, senza oneri aggiuntivi di bilancio, senza necessità di tagli sociali, vara un simile mostro d’ipocrisia politica? Andare in Europa e pretendere che ci diano ascolto, con simili pateracchi e furbizie da quattro soldi in saccoccia è solo segno di una ottusità politica senza fine. Che poi si dia, a due soggetti, pienamente organici al sistema come Di Pietro e Fini, il destro di fare i virtuosi, riconduce tutta la faccenda nel comico squallore del nostro modo d’intendere il “governare”. Basterebbe che fossero imperative per le prossime politiche tre condizioni: la riduzione del numero dei parlamentari, la incandidabilità dei condannati in primo grado e il divieto di presentarsi, per qualsiasi incarico istituzionale e governativo elettivo, a tutti coloro già eletti per tre volte. Senza spendere un euro si farebbe un bucato, che più bianco non si può. Forse un Parlamento ridotto numericamente e ripulito dei perenni veleni che lo ammorbano: pendenze giudiziarie e vecchi arnesi culturalmente anchilosati, potrebbe dare buona prova di sé. Perlomeno ci sarebbero le condizioni per sperarlo ragionevolmente.